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Seeee e chi lavora più?

  • Nei negozi di arredamento e design è in arrivo una nuova tipologia di scrivania
  • Si chiama Chaise Renversée  e l’ha creata un architetto francese
  • Si tratta di un tavolo da lavoro molto semplice
  • Se lo si gira di lato, diventa una comoda sdraio
  • Forse non stimola granché la produttività

 

 
 

Il lockdown e la pandemia di Coronavirus ci hanno insegnato lo smart working: qualcosa che era solo appannaggio di pochi fino a poco tempo fa in Italia ora ci viene additato come la giusta modalità lavorativa per il futuro. In parole povere, lo smart working (letteralmente, lavoro intelligente) è il lavoro da casa che si svolge in remoto tramite l’uso del pc.

Lavorando da casa si risparmiano le spese di spostamento e si evita lo stress delle corse nel traffico. Per chi ha famiglia, permette di gestire i vari impegni con maggiore agilità. Secondo molti, aumenta l’efficienza e la produttività dell’impiegato. Ovviamente, per lavorare da casa bisogna anche attrezzarsi: quanto meno è necessaria una robusta scrivania per il computer, o per gestire tutte le scartoffie del caso.

 

Chi non ha mai praticato lo smart working sulle prime avrà potuto trovarsi un po’ in difetto con il mobilio casalingo. Adesso però è in arrivo la soluzione ideale per tutti, specie per chi non ha molto spazio in casa. L’architetto francese Pierre-Louis Gerlier ha infatti creato un pezzo di arredamento che si chiama Chaise Renversée, ovvero “sedia a testa in giù”. Che nome buffo, vero? Ma cela un’idea diabolicamente geniale.

 

La scrivania per chi non vuole una scrivania

Il design scelto da Gerlier è molto spartano, pure troppo. Comunque ha il pregio di adattarsi ad ogni tipo di arredo. Come lo stesso architetto dice, la Chaise Renversée è la scrivania per chi non vuole una scrivania. Solida e robusta, è un perfetto piano d’appoggio per chi lavora con il computer. Una volta terminati i propri compiti, il lavoratore esausto può rimuovere ciò che c’è sul piano del tavolo, girarlo lateralmente e… sdraiarsi comodamente.

 

 

Occhio: abbiamo detto DOPO aver finito di lavorare. Il pericolo che si corre è che venga il desiderio di schiacciare un pisolino anche in pieno orario lavorativo. Potresti dire che non c’è bisogno di avere la Chaise Renversée, basta il divano. Ok ma questa è comunque una tentazione in più. Ancora non si sa il costo per questo pezzo di design: basta che per acquistarlo uno non debba dare fondo a tutto il suo stipendio.

 

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FONTE: Commenti Memorabili (https://www.commentimemorabili.it/scrivania-diventa-sdraio/?fbclid=IwAR30A7Ja_k87_ddtbkMQ93vM8BcHXa-2q1ciMpws2El1yrbNszSIVxtMg24)

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Il nostro coworker Giovanni Ronci ha rilasciato due corsi gratuiti molto interessanti.

Il primo corso è dedicato alla ricerca delle keywords per i vostri articoli di blog (o in generale per qualsiasi pagina web). Siamo nel 2020, Google è cambiato tanto negli ultimi anni. Cambiamenti che non possiamo ignorare se vogliamo avere successo.

Il mini corso gratuito risponde a questa domanda: come si trovano oggi le keywords migliori, capaci di attrarre clienti selezionati e realmente interessati agli argomenti di cui parlate?

Dopo aver posizionato decine e decine di blog e siti web, e a grande richiesta, Giovanni e i suoi collaboratori hanno deciso di mostrarvi esattamente i passaggi, e le considerazioni, che fanno tutti i giorni quando devono scrivere per i loro blog o quelli dei loro clienti.

È facile da seguire, e potrete usare il metodo ogni volta che vorrete andare a intercettare tutte le keywords più importanti per sviluppare il vostro business.

VAI AL CORSO KEYWORDS

Il secondo corso è su un argomento diverso, ma ugualmente attuale: si parla di produttività e lavoro da casa. Quello che chiamano Smart Working, non sempre è tutto rose e fiori. Spesso, lavorare da casa crea più distrazioni e ansie di quanto non avvenga in ufficio.

In questo mini corso gratuito, hanno selezionato 5 consigli specifici e concreti per organizzare la giornata e la vostra postazione di lavoro, seguendo un approccio che riuscirà a sorprendervi.

VAI AL CORSO LAVORO DA CASA

Per ognuno, consigli diretti per mettere in pratica e risorse per approfondire. Date un’occhiata alle pagine dei corsi.

Due corsi diversi, gratuiti e pratici, da provare subito.

Buona formazione!

Tenuto conto di quanto emanato dal Ministero della Salute e di quanto riportato nel documento “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro” sottoscritto il 14/03/2020 ed integrato con i vari provvedimenti successivi, di seguito si riportano per punti le ulteriori misure di contrasto e contenimento adottate da SpazioTu di H.B. Cattolica srl.
In ogni civico aziendale sono presenti cartelli segnalatori e dépliant con le prescrizioni dell’ Autorità (Misure igienico sanitarie a seguito del DPCM del 04/03/2020 del Ministero della Salute);

1. INFORMAZIONE:
· È fatto obbligo ad ogni coworker di rimanere al proprio domicilio in presenza di febbre (oltre 37,5°C) o altri sintomi influenzali e di chiamare il proprio medico di famiglia e/o l’autorità sanitaria;

2. MODALITA’ DI INGRESSO AL COWORKING
· L’accesso e la permanenza negli spazi comuni di SpazioTu sarà consentito solo indossando la mascherina protettiva (mentre è raccomandato l’utilizzo dei guanti) e mantenendo la distanza di sicurezza di 1mt fra le persone.
· Le porte di ingresso saranno aperte secondo i normali orari di segreteria (8.30 – 18.30 Lun/Ven) ma tutti i coworker potranno accedere al proprio box privato tramite badge in qualsiasi orario, in totale autonomia.

3. ACCESSO AL PUBBLICO ESTERNO/MODALITA’ DI CONSEGNA DELLA POSTA
· SpazioTu al fine di evitare assembramenti adotterà comportamenti atti a calmierare l’accesso del pubblico esterno. La permanenza delle persone nelle zone di transito e nelle aree comuni dovrà essere limitata allo stretto necessario e sempre indossando la mascherina protettiva.
· I fattorini dei servizi postali non consegneranno più i pacchi direttamente in reception ma li lasceranno nell’apposito spazio creato al civico 123.

4. PULIZIA E SANIFICAZIONE IN AZIENDA
· La pulizia e la sanificazione degli ambienti comuni vengono effettuati da ditte specializzate e dal personale di SpazioTu, dotato di: disinfettante, guanti e mascherina

5. PRECAUZIONI IGIENICHE PERSONALI
· Al civico 123 (ma a disposizione anche degli altri civici) è garantita la presenza di detergenti disinfettanti per le mani e per le superfici.
Protocollo Coronavirus SpazioTu 04052020 2
· Si richiede ad ogni coworker di lavare spesso le mani con acqua e sapone o con soluzione alcolica disinfettante e di sanificare le superfici con cui entra maggiormente a contatto;
· Per l’utilizzo della stampante e del distributore automatico è obbligatorio l’utilizzo dei guanti.

6. DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE
· La nostra è una realtà in cui ogni coworker ha il proprio box privato, in perfetto isolamento, e lavora in totale indipendenza e sicurezza. All’interno del box ufficio il rispetto delle normative è demandato ai coworker stessi. · Per quanto riguarda gli spazi comuni (bar e zona lounge) è necessario mantenere la distanza di almeno 1 metro tra le persone e di indossare la mascherina.

7. GESTIONE SPAZI COMUNI E SALE
· A mero scopo cautelativo la sala conferenza e la sala riunioni saranno tenute chiuse al pubblico esterno fino a data da destinarsi.
· Il loro eventuale utilizzo da parte dei coworker sarà consentito (a capacità ridotta) solo quando queste fossero funzionali a garantire la sicurezza dei clienti ospiti.
· L’accesso al bar è consentito per un massimo di 2 persone alla volta.
· Servizio di stampante regolarmente attivo nella zona lounge fruibile solo con l’utilizzo di guanti.
· Sono sospesi i servizi di Membership e di utilizzo di postazioni condivise.

8. ORGANIZZAZIONE AZIENDALE DIPENDENTI DI SPAZIOTU
· I nostri dipendenti adottano tutti i presidi di sicurezza necessari (mascherina, guanti, pulizia e sanificazione del proprio banco di lavoro al cambio turno) e lavorano a turnazione senza sovrapposizione di orario, anch’essi in ufficio isolato schermato da vetro e utilizzando email e telefono come mezzo di contatto con i coworker.

9. GESTIONE ENTRATA DEI COWORKER
· Prima di accedere a SpazioTu è fatto obbligo a chiunque di dichiarare la presenza di eventuali condizioni di pericolo (sintomi di influenza, temperatura, provenienza da zone a rischio, contatto diretto con persone dichiarate ufficialmente positive al virus nei 14 giorni precedenti, ecc.) per le quali le Autorità hanno imposto di rimanere presso il proprio domicilio, informando il medico di famiglia, l’Autorità sanitaria e lo Staff di SpazioTu (tramite a info@spaziotu.com mail o telefono +39 331 8851434 ).

10. SPOSTAMENTI INTERNI
· Gli spostamenti all’interno di SpazioTu devono essere limitati al minimo indispensabile e nel rispetto delle indicazioni aziendali;

I Coworking in Italia nel 2019 sono cresciuti. Sono nati 40 nuovi spazi condivisi raggiungendo la media è di 1 Coworking ogni 84.000 abitanti

Coworking in Italia nel 2019 sono cresciuti. Stando ai numeri di Italian Coworking con la sua ICS 2019. Sono infatti nati 40 nuovi spazi nella penisola superando quota 700. Il numero è davvero interessante se si pensa che appena 10 anni fa, nel 2010, se ne contavano appena una decina.
La media è di 1 Coworking ogni 84.000 abitanti.

L’area con maggior diffusione è il Nord Ovest che con 252 spazi condivisi rappresenta il 36% dei Coworking in Italia nel 2019.
A seguire il Nord Est con 173 spazi condivisi, il centro con 145, il Sud con 93 e le isole con 41. Se entriamo nel dettaglio la regione che recita la parte del leone è la Lombardia con 184 Coworking, a seguire Veneto, Emilia Romagna e Lazio.

 

 

 

Il Coworking in Italia 2019: città o provincia?

A un primo avviso potrebbe sembrare un fenomeno che riguarda i grandi centri urbani ma è un fenomeno piuttosto variegato. Milano con 91 Coworking e 1 spazio ogni 14mila abitanti guida la particolare classifica. Al secondo posto Roma con 5 Coworking, 1 ogni 45mila abitanti e al terzo posto Torino con 24 Coworking, 1 ogni 36mila abitanti, che nel 2019 si mostra una realtà piuttosto dinamica nel 2019 con diverse nuove aperture.

Ma sono i piccoli centri a sorprendere. Infatti 1 Coworking su 4 ha sede in centri urbani al di sotto dei 50mila abitanti e la metà di questi opera in comuni al di sotto dei 20mila. Non è difatti un caso che regioni come Veneto ed Emilia Romagna dove non sono presenti gossi agglomerati urbani siano invece le realtà più dinamiche del territorio e viaggino con una media di 1 Coworking ogni 60-65mila abitanti.

 

Coworking in Italia: una realtà variegata

 

Come abbiamo detto le statistiche sul Coworking in Italia nel 2019 ci mostrano una realtà piuttosto variegata. Si va da aziende strutturate e focalizzate sul business del Coworking ad aziende che usano il Coworking come un aspetto accessorio del proprio business. Si va da spazi ristretti sotto i 100 mq a strutture oltre i 1000 mq.
Da questo punto di vista l’interpretazione italiana del Coworking è piuttosto fantasiosa e risponde a esigenze diverse sul territorio nazionale. Dal sociale ai laboratori, dagli studi professionali ai Coworking rurali.

 

Coworking – redditività

 

 

Nel complesso sono il 39% dei Coworking ad essere in attivo e il 17% in perdita. Le aziende giovani sono quelle che ovviamente soffrono i costi di avviamento. Infatti fra le neonate nel 2017-2018 solo il 21% è in attivo, percentuale che migliora al 44% per le nate nel 2015-2016 e addirittura al 53% per quelle nate nel 2011-2014 con una percentuale appena del 10% delle aziende in perdita.
Ma il discorso cambia ancor più se lo rapportiamo alla superficie. Le aziende che gestiscono Coworking con spazio superiore ai 1000 mq sono al 92% in attivo e al 8% in pareggio. Zero perdite. Il zero perdite viene anche registrato per le aziende che gestiscono superfici sotto i 100 mq dove però la maggior parte è in pareggio con il 63% e il 37% in attivo.
Le categorie di mezzo sono quelle che soffrono maggiormente e in particolare quelle che sono fra i 600 mq e 1000 mq dove si registra la maggior percentuale di aziende in perdita che è del 30% e appena 30% in utile, quasi a testimoniare che o si fa il salto e si diventa una grossa azienda in grado di creare quella massa critica in grado di ammortizzare i costi di gestione o se no, si rischia di rimanerne soffocati.

 
I risultati del Coworking professionale

Infatti ne è dimostrazione il sottoinsieme di quelle aziende che sono focalizzate sul Coworking. In questo caso che gestisce superfici superiori ai 1000 mq è al 100% in attivo.Lo stesso discorso vale per le superfici piccole intorno ai 100%. La categoria più bastonata è quella che gestisce superfici tra i 601-1000 mq dove non ci sono aziende che fanno utili e al 33% sono in perdita.
L’area geografica dove ci sono le aziende più profittevoli è il Nord-ovest dove al 48,48% fanno utili e appena il 9,09% è in perdita. Il Nord-Est presenta un sostanziale equilibrio con aziende al 40% in utile e al 19% in perdita. Centro, Isole e Sud hanno invece percentuali più alte in temine di perdite e più basse come utili.

La mappatura fornita da Italian Coworking ci da idea di un’Italia che usa il Coworking, che lo apprezza come soluzione ma che in molte aree lo usa come strumento finalizzato a contenere i costi e non come vero e proprio strumento di sviluppo economico del territorio.

 

Fonte: Rent or Share ( https://www.rentorshare.net/i-numeri-del-coworking-in-italia-nel-2019/ )

Il lavoro, più di qualsiasi altra attività umana, rappresenta perfettamente la forte attrazione del nostro cervello per le situazioni stabili. Ci siamo evoluti cercando di allontanare il più possibile le minacce, tanto che le incertezze ci creano sempre spiacevoli condizioni di malessere.

Pertanto, la mente ama (follemente?) gli schemi ricorrenti, a tal punto da farci rinchiudere cognitivamente dentro routine noiose, ma che al tempo stesso ci tranquillizzano. In sostanza, viviamo (e ci piace che sia così) con l’illusione del controllo sul tempo presente, perché, in fin dei conti, lo sforzo di proiettarci nel futuro andrebbe a rompere l’equilibrio che (a fatica) abbiamo conquistato.

Poi, quando la “preziosa” zona di comfort va a farsi benedire, ecco che il cervello, con gli stessi meccanismi di protezione, va alla ricerca di altre nostre identità (secondarie?) per far quadrare di nuovo tutto. Si tratta di automatismi a volte lenti, ma che comunque si innescano immediatamente.

Ho messo alla prova questi sistemi quando, alla soglia dei cinquantanni, mi sono reso conto che la mia professione di pubblicitario non collimava più con gli obiettivi di auto-realizzazione cui aspiravo. Ovviamente, ciò non è successo da un minuto all’altro, nel senso che il “disegno”, sebbene latente, stava prendendo forma attraverso “passate di colore” successive, ma è stata la decisione istantanea, e forse in larga parte inconscia, a far “saltare il banco”.

Così, tirata la riga sul percorso professionale fin lì svolto, ecco che sono letteralmente sprofondato sul divano, insieme a tre domande:

  • Come pagherò le bollette?
  • Cosa so fare?
  • Cosa potrei fare?

Non nascondo che in quel momento di affanno o, meglio, di iperventilazione, la maggiore difficoltà è stata quella di riuscire a dare un ordine ai pensieri, alle azioni e, non da ultime, alle emozioni.

Ho fatto un elenco di cose piacevoli

Si sa, il lavoro occupa gran parte delle nostre giornate, e per questo motivo ci preclude un sacco di attività che rimandiamo sistematicamente sine die.

Si tratta di cose spesso banali e a costo zero il cui prezzo, però, lo determina il tempo. Ora, che mi ero liberato dai vincoli temporali, ho cominciato a fare jogging in orari “da pensionati”, ho letto una quantità inverosimile di libri (quelli che di solito accumulano mesi di polvere sul comodino), ho ripreso la macchina fotografica e immortalato con “occhio ghirriano” i paesaggi distanti non più di un chilometro da casa mia.

In tutto questo, cosa c’era di funzionale all’obiettivo di “rimettermi in partita”? Nulla o quasi nulla, ma il mio umore è migliorato. E quando siamo felici vediamo meglio il mondo, comprese le sue opportunità.

Ho collegato tutti i puntini

Se da un lato è semplice sapere chi siamo (sociologo -sic!-, architetto, ingegnere, etc.), è assai molto più complicato renderci conto di ciò che sappiamo fare. Infatti, cosa sapevo fare?

La prima risposta (automatica) è “Non so fare niente”. Subito dopo, e questo è il lavoro più duro, occorre “infilarsi gli stivali” e cominciare a cercare in mezzo al fango.

Nel mio caso, ma credo di poter dire che sia così un po’ per tutti, non riuscivo a dare un valore alle abilità che stavano a corollario della mia mansione principale (o ufficiale). Allora, materialmente (nel senso autentico del termine) ho messo nero su bianco le azioni giornaliere che mi avevano accompagnato per anni: parlare, raccontare, convincere, rappresentare.

Sembrerà una faccenda dozzinale, ma quella sequenza mi ha fatto vedere delle relazioni forti e come esse stesse formassero una rete di connessioni “spendibili”. Eureka! Avevo molte skill del formatore e non lo sapevo.

Ho creato il mio marchio personale

Le cose esistono solo quando è possibile attribuire loro un nome, un’immagine, una storia. In questo senso ho capito che se volevo giocarmi le mie opportunità dovevo diventare un brand.

Ho cominciato a “raccontarmi” sul blog, ho iniziato a tessere relazioni “sociali sui social”, ho messo a disposizione (Creative Commons sempre siano lodate) le mie risorse. Insomma, ho fatto tutto quello che dovrebbe fare un marchio quando si vuole posizionare nella mente dei suoi potenziali clienti. Ciò mi ha permesso di vedere oltre quello che ritenevo essere l’orizzonte.

Ho portato il mio contributo, in alcuni casi anche gratuitamente, a conferenze, convegni, workshop con lo scopo principale di allagare il mio portafoglio di relazioni. Parafrasando un antichissimo adagio, soprattutto oggi grazie ai collegamenti planetari, “il mondo è piccolo, la gente mormora” e, di conseguenza, la ruota riparte.

Ho cancellato dal mio vocabolario la parola “impossibile”

Quando ci si rimette in gioco, è indispensabile saper cogliere le opportunità anche quando sembrano esserci solo dei problemi.

Per fare un esempio, le mie primissime formazioni hanno riguardato esclusivamente l’insegnamento delle tecniche più efficaci per “realizzare delle presentazioni che spaccano” (detto fra noi, è ancora la cosa su cui investo gran parte del mio tempo), poi mi è stato chiesto se ero in grado di ampliare il novero dei miei argomenti.

Sempre la solita (maledetta) zona di comfort mi consigliava di “stare nel mio” e, conseguentemente, di declinare l’offerta, poi (ecco l’importanza di vedere come collegare i puntini) ho strutturato corsi su argomenti che erano già nelle mie corde: public speaking (è uno dei capisaldi delle presentazioni multimediali), relazione con il cliente (le slide non sono mai fini a loro stesse, ma vengono fatte strategicamente per vendere un prodotto, un servizio, un’idea), negoziazione e problem solving (il senso di un cosiddetto “PowerPoint” è sempre quello di fornire un metodo e una soluzione).

Ora, non so se il mio personalissimo viaggio dell’eroe abbia raggiunto la sua Itaca definitiva. Di certo, non escludo di salpare di nuovo. Anche quando tutti sconsiglieranno di farlo perché il mare è in tempesta.

FONTE: Sergio Gridelli ( https://www.sergiogridelli.it/2020/02/16/reinventarsi-certa-eta/ )

Quello che stiamo vivendo sarà il più grande esperimento del mondo di smart working. Lo ha detto Bloomberg, lo confermano gli esperti. «Superata la paura del Coronavirus, resterà una lezione per le aziende: il telelavoro ha grandi vantaggi e sarà adottato sempre più». Domenico De Masi è un attento osservatore della nostra società. Professore emerito di Sociologia del lavoro all’università La Sapienza di Roma, 82 anni, pioniere e visionario, è stato il primo in Italia a credere nel telelavoro. Trent’anni fa ha fondato la Società Italiana Telelavoro (Sit), senza scopo di lucro. Era convinto che il fenomeno partisse subito, invece il nulla. Poi è arrivato Internet. E ancora nulla. O meglio:

«GRAZIE ALLA RETE, TUTTI TELELAVORIAMO IN VACANZA, SUI TRENI, NEL TEMPO LIBERO. MA NON LO USIAMO COME DIRITTO».

De Masi si è battuto per far approvare una serie di leggi, togliere gli intoppi burocratici, progredire. Sono passati molti anni dalle sue prime battaglie. Il telelavoro è diventato smart working, e oggi c’è un Osservatorio del Politecnico di Milano che lo studia e lo osserva («Ma sei anni fa quando siamo partiti ci guardavano come alieni» commenta l’ufficio stampa). L’Italia ha una legge tra le più avanzate in Europa (legge 81 del 2017). Gli smartworker, ossia quei lavoratori dipendenti che godono di flessibilità e autonomia nella scelta dell’orario e del luogo di lavoro, sono ormai circa 570mila. Diffuso soprattutto nelle grandi aziende (è una realtà nel 58% dei casi), il lavoro agile piace e conquista tutti. Il 76% degli smartworker è soddisfatto. «Su centinaia di migliaia di telelavoratori, dopo tre mesi di prova, nessuno ha voluto tornare indietro» commenta De Masi.

Partiamo da una sua definizione. Telelavoro significa?

«Lavorare da ovunque»

La filosofia alla base?

«Da un’organizzazione di processo, in cui io capo controllo te dipendente in ogni momento, si deve passare a un’organizzazione di obiettivo, in cui si valutano i risultati. Hai un lavoro da portare a termine entro un tempo stabilito. Che tu lo faccia a casa, al bar, di notte o all’alba o aiutato da qualcuno, a me non deve interessare. Eppure l’Italia resta indietro rispetto all’Europa».

Perché in Italia non attacca?

«Primo: perché c’è una resistenza patologica al cambiamento. Secondo: per quella che io chiamo la Sindrome di Clinton. I capi vogliono avere i loro dipendenti a portata di mano, così come Clinton voleva avere la sua stagista nella porta a fianco. È una sorta di erotismo che prescinde dall’erotismo vero e proprio. Se gli togli il dipendente sottomano, il capo si sente depauperato».

Cosa succederà secondo lei?

«Abbiamo bisogno delle “pestilenze” per capire i numerosi vantaggi del telelavoro che conosciamo tutti benissimo».

Facciamo un ripasso. I vantaggi per il lavoratore?

«Risparmio di tempo (c’è chi butta via due ore di viaggio ogni giorno), risparmio di soldi (benzina, biglietti di treni, aerei, metro). Risparmio del pericolo di incidenti lungo il percorso. Più tempo per se stessi, per famiglia, amici, vicini di casa. Si decide dei propri orari, si conciliano interessi e propensioni. Si lavora in autonomia, per risultati».

Aumenta anche la produttività?

«Sì. È scientificamente dimostrato. Uno studio del 2015 dell’Università di Stanford ha rivelato che la produttività tra i dipendenti dell’agenzia di viaggi cinese Ctrip era aumentata del 13% con il telelavoro. In Italia secondo le mie stime, si resta in ufficio over time almeno due ore in più al giorno. E non sono retribuite. In Germania alle 17 sono tutti fuori ufficio. Lavorano 1.400 ore l’anno. In Italia lavoriamo 1.800 ore l’anno. Una follia. La cosa interessante è che lavorando 1.400 ore hanno una produttività maggiore del 22%. Perché avere molto tempo per lavorare rilassa, tutto diventa più tranquillo, si va al bar, non si lavora in modo organizzato. Ma c’è anche qualcosa di più romantico…».

Cosa?

«Ero un amico personale di Sartre. Che non avrebbe mai scritto tutto quello che ha scritto se avesse lavorato chiuso in un ufficio. Lavorava dal Cafè de Flore a Parigi, vedeva ogni giorno facce diverse e la sua produttività era al massimo».

Vantaggi per le aziende?

«Il posto di lavoro costa. Spazio, affitti, mobili, riscaldamento. Chi adotta il telelavoro ha meno costi. Personalmente ho eliminato l’ufficio e risparmiato 10mila euro al mese. Si riduce anche la conflittualità tra le persone. Si inducono i capi a organizzarsi per obiettivo: e questo è un enorme passo avanti. Poi ci sono i vantaggi per la comunità…».

Quali?

«MENO INQUINAMENTO, MENO RUMORE, MENO TRAFFICO, MENO SPESE PER LE MANUTENZIONI STRADALI. CI GUADAGNANO TUTTI».

«Non c’è un motivo valido per non accettare il telelavoro se non che siamo così assuefatti a questo modo di lavorare e a fare chilometri per recarci in ufficio che la possibilità di non farlo ci sembra impensabile. Poi ci sono attrattive: l’azienda è anche un luogo erotico, è un diversivo rispetto alla famiglia e non c’è dubbio».

Ma il telelavoro è per tutti? C’è chi dice che la gente a casa si deprime o vive isolata…

«Si tratta di riorganizzarci, facendo combaciare la vita con il lavoro: ora sono due cose separate. Si va in un quartiere per lavorare e si torna in un altro quartiere per dormire. Finiamo per essere estranei in entrambi i quartieri. Mezza città è vuota di giorno e mezza di notte. Spese doppie e proliferazione dei costi. Se invece abbiamo un solo quartiere per casa e lavoro, ci radichiamo e finiamo per esserne parte integrante. Nascono nuovi rapporti con le persone del quartiere e si rivitalizzano le zone morte».

E le pause caffè, le chiacchiere alla macchinetta, il contatto umano?

«Personalmente esco a pranzo e a cena con i miei collaboratori. decido di vederli spesso e quando voglio. e loro fanno la stessa cosa con me».

Tutti i lavori sono telelavorabili?

«Sì, nel 70% dei casi. In Italia su 23 milioni di lavoratori, il 70% sono impiegati, manager, dirigenti, professionisti. Il numero di persone che possono telelavorare è aumentato enormemente. Certo, non può telelavorare un chirurgo, un medico, un pompiere o l’avvocato quando ha un dibattimento in aula. I magistrati da sempre si portano a casa il lavoro. Sono stati i primi».

Il telelavoro crea nuovi posti di lavoro?

«Secondo i miei calcoli, se i manager e i quadri uscissero in orario si recupererebbero 300mila posti. Perché oggi, restando di più in ufficio, lavorano al posto di altri. Ed è un lavoro non pagato».

Cosa possiamo fare nel nostro piccolo?

«Possiamo telelavorare. È un nostro diritto. Non esistono impedimenti giuridici. Occorre che il sindacato dell’azienda faccia un accordo con i datori di lavoro. Telelavoro per tutti o per metà del tempo o per gradi. O per le donne, ma qui c’è la vera controindicazione del lavoro».

Quale?

«Se a richiedere il telelavoro sono solo le donne, finiranno per avere il doppio ruolo in casa. Le donne dovrebbero pretendere che anche l’uomo faccia telelavoro, così da suddividere i compiti».

Che cosa immagina dopo questa emergenza?

«Posso fare una provocazione? Immagino che tutti si ammalino di Coronavirus, tutti siano costretti a telelavorare per venti giorni, che tutti guariscano felicemente e, avendo provato la bellezza del telelavoro, chiedano o propongano di telelavorare. Il futuro va verso questa direzione».

 

Fonte: Millionaire ( https://www.millionaire.it/smart-working-de-masi-lezione-per-le-aziende/?fbclid=IwAR2V3HuTzQndTVO1pnczTvaedMJHB5QyUfD4-Zw2rhkNK2_JS-7yRA73E3s )

E’ sempre un dispiacere per noi di SpazioTu vedere uno dei nostri coworker lasciare la propria postazione.
Il format del coworking però prevede anche questo ed è normale avere un via-vai di clienti (termine che non ci piace usare, non lo consideriamo corretto).
La domanda che poniamo ogni volta è “come mai lasci SpazioTu?”.

Le risposte sono molteplici e, stranamente, sono motivo di orgoglio per noi… a breve ci arriveremo.

Apparentemente non è una strategia di marketing vincente quella pubblicizzarci tramite un’azienda (o privato che sia) che decide di lasciare SpazioTu, sarebbe utile fare invece un analisi sul perché ci scelgono.
Tuttavia, ogni grande società cerca di limare i propri difetti e risulta quindi utile studiare ogni dettaglio come quello della “perdita dei clienti”.

Una piccola percentuale di coworker, quelli che in origine erano stati mandati dalla propria azienda a lavorare in esterna, quindi in un’altra città (per permettere al singolo di non allontanarsi da casa), vengono richiamati, alla fine del periodo, alla casa madre (e costretti, purtroppo, al trasloco).
Questo fattore non giova né a SpazioTu né al singolo, poiché non dipende da problematiche dirette e risolvibili ma è semplicemente una logica conseguenza a politiche interne delle società.

Ma tralasciando questi dati statistici e l’ambito del marketing e delle politiche aziendali, perché il più delle volte siamo contenti quando i coworker decidono di spostarsi?

Perché i nostri uffici sono generalmente la “prima casa” di piccole start-up e di imprenditori che stanno provando a percorrere una strada personale. Quando questi ci lasciano lo fanno perché hanno preso ufficialmente il via e sono ormai in grado di potersi permettere uno stabile interamente dedicato alla propria attività.

E’ vero, non è una regola scritta ma, nella maggior parte dei casi, abbiamo assistito ad una crescita esponenziale dei progetti all’interno del nostro coworking e questo ha portato a questa logica conseguenza.

Dunque, ‘nonostante l’apparenza, quando qualcuno lascia il nostro “nido” è sinonimo di ottimo lavoro e questo è per noi motivo di grande soddisfazione.

Quanta differenza c’è tra il coworking ed il lavoro da casa? E rispetto ad un classico ufficio?
Abbiamo preso 14 elementi determinati per la scelta di un ambiente lavorativo e li abbiamo messi a confronto in un grafico.

Analizziamoli punto per punto:

 

 

PREZZO

Il lavoro da casa qui è ovviamente il più vantaggioso dei tre non avendo costi di affitto, i quali invece devono essere sostenuti nel caso di un ufficio tradizionale o di uno in un coworking.
Il coworking però ha costi decisamente più accessibili rispetto all’ufficio standard.

 

DESIGN
Questo è un fattore che ovviamente può variare a seconda della struttura ma abbiamo usato il criterio del “colpo d’occhio per il cliente”.
Un ufficio tradizionale generalmente è spoglio e privo di un design particolare.
La propria casa è, forse, il peggior ambiente per accogliere un cliente.
Il coworking ha invece, quasi sempre, un design ed un’architettura studiata fino ai minimi dettagli.

 

ASPETTO HALL
Questo è un fattore che va di pari passo al design.
L’unica differenza con il fattore precedente è che l’ufficio tradizionale, non avendo la Hall, è da considerare in ugual misura al lavoro da casa.

 

DIMENSIONE STANZE
Anche questo è un fattore variabile ma generalmente un ufficio tradizionale è più spazioso rispetto ad un coworking.
Il lavoro da casa invece avrà, probabilmente, una metratura più ampia a livello generico ma, non avendo una stanza dedicata alla propria professione, è come se non avesse un vero spazio.

 

RECEPTION
Anche questo punto è molto simile ai precedenti “aspetto della hall” e “design”.
Il coworking ha un ufficio di accoglienza per i propri clienti, gli altri due no.

 

BAGNI
Qui “vince” il lavoro da casa in quanto i servizi sono i propri.
All’interno di un ufficio tradizionale solitamente vi è corredato un bagno ad uso esclusivo mentre nel coworking, generalmente, no.

 

COMFORT STANZA
La comodità del lavoro da casa anche qui non ha confronto.
Il coworking invece guadagna qualche punto sull’ufficio standard poiché si cerca, anche tramite la comodità e l’arredo della stanza, di far sentire il coworker come se fosse a casa.
L’ufficio standard invece non ha, di base, nessun elemento che spicchi per comodità.

 

RICEZIONE PACCHI
Il coworking, avendo una reception, può ricevere e ritirare i pacchi anche in assenza del destinatario.
In caso di assenza della persona fisica, in un ufficio standard o a casa, la consegna non viene effettuata.

 

PULIZIA
Il coworking garantisce la pulizia delle aree comuni gratuitamente e, con una tariffa super economica, anche dei box privati.
Il costo della pulizia nell’ufficio tradizionale è completamente a carico del lavoratore.
Le faccende domestiche invece portano via un sacco di tempo a potenziali ore di lavoro.

 

SILENZIO
Anche questo è un fattore variabile ma, generalmente, in un ufficio standard si ha abbastanza quiete.
Anche in un coworking è così ma dipende, ovviamente, dal rispetto reciproco dei coworkers.
Il lavoro da casa invece è continuamente disturbato da parenti, coinquilini, vicini e rumori vari.

 

PARCHEGGIO PRIVATO
L’unica cosa certa è che per lavorare a casa non serve la macchina.
Per quanto riguarda il coworking generalmente è sempre presente un parcheggio privato mentre negli uffici classici non è quasi mai previsto.

 

UTENZE INCLUSE
Il coworking garantisce sempre arredamento, linea internet e corrente nel canone mensile, l’ufficio privato no.
Il lavoro da casa non ha sicuramente spese extra ma, per avere internet ed altre utenze, bisogna spendere i soldi in prima persona.

 

VIDEOSORVEGLIANZA E SICUREZZA
Negli uffici standard non vi è quasi mai un sistema di anti-intrusione e video sorveglianza.
La propria casa potrebbe anche averlo ma previo un importante investimento economico.
Il coworking garantisce sistema di allarme e videosorveglianza in maniera gratuita.

 

NETWORK
Il lavoro da casa porterà difficilmente ad ampliare il proprio network.
L’ufficio standard potrebbe anche farlo ma in questo caso sarebbe strettamente legato alla propria capacità di relazionarsi e di vendere i propri servizi.
Nel coworking è tutto molto più facile poiché, avendo una struttura che presenta diverse realtà al suo interno, basta aprire la porta del proprio ufficio per trovare nuove collaborazioni ed ampliare il proprio bagaglio personale.

 

DATI STATISTICI
In conclusione, guardando il grafico generato da questi fattori viene fuori il seguente risultato:
Coworking: 8 punti a favore, 1 punto a sfavore.
Lavoro da casa: 4 punti a favore, 7 punti a sfavore.
Uffici Tradizionali: 2 punti a favore, 6 punti a sfavore.

“Come ti va? Bene perché oggi è primavera”

Questa frase emerge dall’album “Terra, Luna e Margarita” datato 2007 e firmato dalla band reggiana “I Rio”.
I Rio vengono dalla parte più a Nord della nostra regione, l’Emilia, zona che ha tante similitudini ma altrettante differenze con la Romagna.
Chi non vive in Emilia-Romagna non coglie neanche i confini geografici di queste due terre, figuriamoci quelli culturali e dialettali.
Oggi però non mi soffermerò sulle contrapposizioni tra le due ma piuttosto su un elemento comune: il risveglio estivo.

Siamo ormai in Aprile, il caldo (fatta eccezione per qualche giornata uggiosa) si fa sentire con sempre più insistenza, i locali riaprono a pieni battenti, qualche hotel si appresta a pulire i propri spazi mentre effettua colloqui di lavoro per formare lo Staff estivo, altri aprono le porte ai turisti giunti per le vacanze pasquali, i bagnini sistemano le passerelle e le assicurazioni dei motorini vengono riattivate per poter lasciare le macchine nel garage di casa.

E’ il preludio estivo, la più importante delle 4 stagioni per l’Emilia-Romagna, o meglio, come si dice qui in zona, è semplicemente LA stagione.
Ogni anno è una routine che si riattiva ma è sempre come se fosse una ventata di freschezza dopo il lungo inverno che, a differenza di una famosa serie TV, non sta arrivando ma ci sta, finalmente, salutando.
Milioni di turisti fanno visita a Rimini, Riccione, Cattolica ma anche a città come Bologna, Parma e Modena, attratti evidentemente dall’ospitalità e dall’efficienza di questo meccanismo primaverile/estivo.
Nel 2018 il dato di affluenza ha raggiunto un record mai visto prima: 60 milioni di turisti solamente in Emilia-Romagna.

Ma se per un visitatore l’estate è sinonimo di relax, cosa vuol dire per un emiliano o un romagnolo?
E’ un mix di sentimenti e responsabilità. Per tradizione si è abituati a rimboccarsi le maniche e darsi da fare da Maggio a Settembre, ancor di più rispetto agli standard.
Una condizione che non tutti accetterebbero, d’altronde prendiamo come esempio Agosto.. è il mese di vacanza per eccellenza! Ma per far sì che lo sia a tutti gli effetti qualcuno dovrà pur lavorare e per chi vive in Emilia-Romagna non è un problema, l’ospitalità da queste parti è nel DNA.

Con SpazioTu stiamo cercando di creare un ambiente lavorativo dove il calore e l’accoglienza estiva vengano estese durante tutti i 12 mesi dell’anno. Il coworking (come già analizzato in questo articolo: https://www.spaziotu.com/cattolicaelegrandicitta/ ) è un ottimo format per l’Emilia-Romagna in quanto l’indole loquace è presente in tutti i residenti e perciò la possibilità di far nascere collaborazioni all’interno del nostro spazio è concreta e facilmente attuabile.

Durante la stagione estiva SpazioTu sarà aperta come sempre, 24 ore su 24 e 7 giorni su 7.
Saranno direttamente i nostri coworkers a scegliere quanto tempo trascorrere in riva al mare e quanto in nostra compagnia.