Per anni ce lo siamo raccontati come una conquista: niente pendolarismo, niente riunioni inutili in corridoio, la libertà di lavorare in pigiama con il gatto sul divano. Lo smart working sembrava la risposta a tutto. Poi qualcuno ha deciso di controllare i numeri sul serio, e i numeri raccontano una storia un po’ diversa.
Una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Science, firmata dall’economista Natalia Emanuel della Federal Reserve Bank di New York, ha messo a confronto le abitudini di oltre mezzo milione di lavoratori americani prima e dopo la pandemia. Il risultato, ripreso anche da Focus.it, è netto: chi ha un lavoro compatibile con il remoto passa oggi molto più tempo da solo rispetto a prima, e lo stress psicologico è cresciuto in proporzione. Circa un terzo dell’aumento di malessere mentale e isolamento registrato nella popolazione generale sarebbe da attribuire proprio a questo cambiamento nelle abitudini lavorative.
L’ufficio non era solo un posto dove timbrare
C’è un dettaglio dello studio che ci ha colpito più degli altri. Due sociologi di Yale, Emma Zang e Rourke O’Brien, descrivono l’ufficio come una specie di infrastruttura sociale invisibile: un luogo che, senza che nessuno lo pianifichi, produce incontri casuali, chiacchiere da macchinetta del caffè, quella socialità minima ma costante che tiene le persone agganciate a una rete di relazioni.
Quando quell’infrastruttura sparisce, non sparisce solo il lavoro in comune. Sparisce anche tutto il resto: il saluto al mattino, il confronto veloce su un problema, la sensazione di far parte di qualcosa che va oltre lo schermo del computer. Chi vive da solo, dice lo studio, è quello che ne risente di più.
Certo, non è tutto da buttare: per chi aveva colleghi tossici o ambienti d’ufficio pesanti, lavorare da casa ha portato sollievo. Ma quel sollievo spesso si porta dietro un altro tipo di fatica, quella di gestire casa, lavoro e vita privata tutti nello stesso metro quadro, senza un confine chiaro tra le cose.
Il punto non è tornare in ufficio
Ecco, probabilmente la soluzione non sta nel tornare al modello vecchio, quello con il capo che controlla se sei alla scrivania alle 9 in punto. Sarebbe un passo indietro travestito da soluzione. Il punto crediamo sia un altro: lo smart working da solo, isolato, cinque giorni su cinque, ha un costo che spesso non vediamo finché non è già presente. E allora forse la domanda giusta non è “ufficio sì o ufficio no”, ma “dove lavoro quando lavoro da remoto”.
Perché c’è una differenza enorme tra lavorare da casa, chiusi in una stanza, e lavorare fuori casa ma comunque in autonomia, circondati da altre persone che stanno facendo lo stesso percorso.
È lì che entra in gioco il coworking, ed è lì che secondo noi lo studio di Emanuel andrebbe letto fino in fondo: non come una condanna dello smart working, ma come un promemoria di quanto conti dove lo si pratica.
Una postazione, tutti i comfort, zero isolamento
Se lavori da remoto e hai la fortuna di avere uno spazio di coworking vicino casa, il calcolo cambia parecchio. Continui ad avere la flessibilità che ti piace, gli orari che decidi tu, la libertà dal pendolarismo. Ma intorno hai altre scrivanie occupate, altre teste chine sul lavoro, la possibilità di alzare gli occhi e scambiare due parole con qualcuno prima di tornare a concentrarti. È proprio quella socialità informale, quella che lo studio identifica come il pezzo mancante dello smart working da casa, a fare la differenza.
E il costo, di solito, è minimo rispetto a quello che si potrebbe pensare: molto meno di un affitto di ufficio, spesso meno di quanto si spende in bollette e riscaldamento restando a casa tutto il giorno. In cambio si porta a casa (letteralmente) tutto quello che l’home working da solo non riesce a dare: un ambiente pensato per lavorare bene, persone reali con cui confrontarsi, una routine che aiuta a separare il tempo del lavoro da quello del riposo.
Non è un dettaglio da poco, soprattutto per chi lo smart working lo fa tutti i giorni. Meno isolamento, meno stress, stessa libertà. A conti fatti, sembra la versione dello smart working che nessuno ci aveva ancora raccontato bene.

